Quello che ti può uccidere…

Infida e silenziosa è la mano che si è appoggiata sulle nostre vite coprendole di un veto inoppugnabile. Ci siamo arresi quasi subito a un potere più grande di noi, quello della sopravvivenza. E’ stato inevitabile. E’ stato giusto così. A capo chino, chiusi nelle nostre case, abbiamo dovuto fare spazio tra giorni e angoli da rivisitare. Abbiamo messo a posto e disfatto chilometri di propositi passati. E abbiamo rispolverato l’amore, che tanto diamo per scontato, che tanto cerchiamo, ma che poi è sempre lì accanto a noi.

L’amore, però, non sempre ha lo stesso volto su tutti. A volte lo chiamiamo così, ma poi è uno squalo feroce pronto a staccarti la testa appena ti avvicini con aria innocente e titubante.

E proprio di questo argomento ho parlato con la dottoressa Anna Agosta, presidente dell’associazione Thamaia Onlus di Catania e consigliere nazionale dell’Associazione  D.i.Re (Donne in rete contro la violenza), durante la prima diretta del mio progetto #GliAltriNonSanno.

Rapporti che sembrano nati all’insegna di un profondo sentimento possono svelare la faccia di una medaglia inaspettata e crudele.

Le donne vittime di violenza fisica e/o psicologica hanno accanto uomini malati, perversi, narcisisti e violenti. Quanto possa essere spietato l’accanimento verso il nostro sesso può davvero andare oltre l’immaginabile.

La dott.ssa Anna Agosta accennava a quanto queste relazioni abbiano andamenti ciclici, con schemi ben precisi. Infatti, dopo lo scontro, spesso, torna di nuovo la luna di miele, che si esaurisce nella successiva violenza, e così via.

Questo tipo di relazione è dura da spezzare, in quanto la paura di ripercussioni, in caso di denuncia, è davvero tanta.

Ciò è reso ancor più complicato dalla nostra legislazione. Infatti, in una delle dirette del progetto, insieme alla scrittrice Elena Rebecca Odelli, autrice del libro Il buio intorno, la storia vera di una violenza di genere, è emersa la differenza drammatica tra la considerazione della violenza qui in Italia rispetto all’America, dove chi violenta deve dimostrare la sua innocenza, mentre qui, al contrario, è la vittima che deve portare prove a suo favore.

Diventa così ancora più difficile per la vittima farsi avanti nella denuncia di atti di tale brutalità, perché quando realizza la violenza subita fino a quel momento, affiora il timore di non essere ascoltate, di non potersi davvero proteggere. Riuscire a chiedere aiuto è un grande atto di coraggio.

Farlo, però, può davvero cambiare la vita, perché nei vari centri antiviolenza è presente un piano di empowerment che prevede la rimessa in sesto completa della donna, la quale viene trattata con dolcezza e accoglienza estrema. Il fine ultimo è fare in modo che le vittime riacquistino fiducia in sé stesse, l’autostima fatta a pezzi e anche il controllo economico della propria vita. Difatti, vengono aiutate a cercare lavoro e a rendersi indipendenti.

La situazione appena passata, però, ha reso più problematico il sostegno a queste donne, così come l’opportunità delle stesse di chiedere agevolmente aiuto.

La dott.ssa Anna Agosta ha rivelato quanto allarmante sia stato il silenzio delle prime settimane di lockdown. Nessua chiamata. Nessun cenno di vita. Ciò ha creato forte allarme nei confronti delle eventuali vittime di violenza domestica. Accoglierle nei centri non è stato possibile, perché mancavano le risorse adeguate a far conciliare sostegno e battaglia al Covid-19.

Poi la situazione si è evolute e dalla Fase 1 siamo traghettati alla 2, con non poche perplessità, ma con maggior potere di azione. Le chiamate sono schizzate di nuovo alle stelle, e il volto oscuro del male ha visto di nuovo calare giù la maschera.

Attualmente, i centri possono accogliere le donne, sempre nel rispetto delle norme Covid, e spingerle a riprendere in mano la propria vita. Sono ancora tante le persone che svolgono lo smart working, quindi, per alcune di queste donne è come trovarsi ancora in lockdown.

Allora, come possono chiedere aiuto le donne vittime di violenza senza che il “carnefice” se ne accorga? Ci sono svariati modi. Ad esempio, uno di questi è chiamare il numero 1522. Quando? Le varie associazioni presenti su territorio nazionale suggeriscono di telefonare quando si va a buttare la spazzatura, quando si porta fuori il cane, quando lui esce, quando si va a fare la spesa. E’ possibile anche nel momento in cui vengono ritirate le mascherine in farmacia richiedendo una mascherina 1522.

E’ attiva anche una app, YouPol, collegata direttamente alla Polizia di Stato, e da cui potete inviare indirizzo e luogo in cui è avvenuta la violenza. Per questa notizia ringrazio Elena Rebecca Odelli che me l’ha gentilmente fornita.

Inoltre, in caso di estrema necessità, le associazioni vi aiuteranno a scappare di casa programmando con voi la fuga.

E poi ancora, nonostante l’emergenza legata alla pandemia, le forze dell’ordine, adesso come allora, hanno continuato a svolgere regolarmente il loro lavoro, quindi sono attivi   Polizia e Carabinieri, pronti a intervenire in qualsiasi momento.

Non smettete di inseguire una vita migliore. E’ fattibile. Sempre. Dovete volerlo, ma non domani. Ora. Perché domani potrebbe essere troppo tardi. E chi è accanto a voi e vede e sente, ha la responsabilità di salvarvi. Chiedete aiuto. Salvatevi! Amatevi!

 

 

 

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