Recensione del libro Cuore a cuore, vivere il babywearing.

Quando dicono che con il passare del tempo pesano più i rimpianti che i rimorsi, è proprio vero.

Ho affrontato la lettura del libro di Micaela Tagliaferro, Cuore a cuore, vivere il babywearing,  con la consapevolezza di non poter tornare indietro, purtroppo, e mettere a frutto i suoi preziosi consigli.

Dall’importante prefazione della scrittrice Giorgia Cozza, attraversando il variopinto mondo del portare, fino alla postfazione di un papà/scrittore dalle ampie vedute come Daniele Marzano, conosciuto ai più come Guida senza patente, il libro di Micaela è un viaggio che ci accompagna gradualmente alla comprensione della validità e dell’uso della fascia porta bebè.

Perché il babywearing consiste in questo, nel portare i bimbi in fascia, a stretto contatto con la genitrice, dopo la nascita e per un periodo che varia a seconda delle necessità della diade madre/figlio.

Il potere calmante di questa tecnica, che affonda le sue radici in epoche lontane dalla nostra e in luoghi altrettanto remoti, è un toccasana che ristabilisce equilibri e smussa quel puerperio tanto temuto ai nostri giorni.  Perché il mondo può cambiare, ma la natura umana no. I neonati avranno sempre bisogno di sentire il cuore e l’odore della mamma per percepire sicurezza e protezione.

E Micaela, tramite le sue interviste a ostetriche e psicologhe riportate all’interno del libro, rimarca questo concetto. Siamo spesso vittime dei giudizi altrui, in quanto l’attaccamento al* bambin* viene visto come presagio di crescita sbagliata, mentre è l’affetto incondizionato e smisurato che darà al futuro adulto la giusta autonomia e l’adeguata capacità di staccarsi dal nucleo di origine, perché ognuno di noi ha bisogno di sapere di avere la fiducia e il conforto che provengono dall’infanzia, al fine di prendere decisioni che ci porteranno lontano. E lì dove questo legame non c’è, diventa più complicato sentirsi saldi e interi anche nella propria pelle.

La sicurezza in se stessi parte proprio da lì, da quel primo dolce contatto; dalla certezza di essere stati così tanto amati da sentirci competenti e forti per affrontare anche la nostra personale Apocalisse.

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