Il terzo giorno più bello della mia vita.

Ognuno di noi ha delle date speciali nella vita, come quella del diploma, della laurea, del matrimonio, del primo lavoro, del primo viaggio importante, dei primi baci, e di tutte le prime volte in generale.
Poi ci sono giorni unici, che non si ripeteranno davvero mai allo stesso modo, con la stessa intensità, e che rimarranno per sempre impressi a fuoco nell’anima, come la nascita dei figli.
Giorni che non hanno veri aggettivi per essere descritti, ma solo il cuore per essere sentiti.
E poi ce n’è uno, uno solo, che si può paragonare all’arrivo dei pargoli, un giorno che non sospettavo potesse farmi sentire le farfalle nello stomaco, e che mi emoziona ancora al solo ricordo: il primo incontro tra i miei bambini.
Negli ultimi anni, soprattutto da quando sono arrivati i nostri cuccioli, mi sono riscoperta maniaca del controllo e dell’organizzazione. Tutto deve essere perfetto e calcolato, per far sì che i miei bambini vivano ogni esperienza nel migliore dei modi.
La verità è che è impossibile, perché gli imprevisti, i traslochi, le alterazioni di umore, e mettici anche gli ormoni, che con due gravidanze e due allattamenti non è che abbiano scherzato tanto, rendono tutto una corsa a ostacoli, e nulla è semplice. Anzi, spesso mi ritrovo a cercare un angolo di pace anche solo per prendere fiato, e sentire che sono viva nella mia pelle.
Poi mi ributto nella mischia e nella perenne corsa a cui ti sottopongono due bambini piccoli.
E così organizzo e programmo la loro e la nostra vita.
Se tanto mi dà tanto, appena sono rimasta incinta di Alessandro, il mio primo pensiero è stato: il pupone come la prenderà? Cosa posso fare perché sia felice, o almeno non abbia voglia di soffocare il fratello con un cuscino?
Ho iniziato a leggere qualunque cosa sull’argomento. Ovvio.
Anche questa volta è arrivata in mio soccorso la favolosa Silvia Gianatti, con il suo Guarda che sono due, da cui ho preso spunto per la maggior parte dei comportamenti che ho avuto nel post-nascita del secondo, così come le strategie adottate al momento del loro primo contatto.
E poi sono arrivati i consigli di chi c’era già passato, e io ascoltavo, incameravo e preparavo il loro incontro nei minimi dettagli.
Purtroppo il mio secondo nome è Ansia, quindi ho vissuto i restanti nove mesi con la paura delle eventuali regressioni di Edo, che naturalmente ci sono state, ma che sono anche rientrate, e con la paura che tutto sarebbe andato male, quando, invece, è andato tutto abbastanza bene.

Avevo rotto i maroni comunicato al papi come avremmo dovuto agire una volta nato il pupetto.
Per fortuna lui è stato abbastanza collaborativo. In un primo momento aveva considerato esagerate le mie apprensioni, ma nel momento in cui è rimasto da solo a casa con il pupone, mentre ero in ospedale, ha seguito alla lettera le mie istruzioni.
Quindi, visto che avevo sistemato tutto, nei giorni precedenti al parto avevo anche preparato i vestiti che Edo avrebbe dovuto indossare per venire in ospedale. Avevo addirittura fatto il risvolto alle maniche della camicia e al pantalone, e infilato la cintura nei passanti, così che mio marito dovesse solo infilarglieli. (Sì, lo so. Vi leggo nel pensiero. Non mi dite niente.)
Solo che tutta questa organizzazione si è ritrovata utile per il papi, che in mia assenza si è sentito un pò spaesato nella gestione del primogenito, non essendo abituato ad occuparsene costantemente, ma alla fine è riuscito a cavarsela egregiamente.

E il giorno è arrivato.
Da premettere che al pupone è venuta la febbre proprio la sera in cui mi sono venute le contrazioni, ma ho l’abitudine di non farmi mancare niente, quindi la difficoltà febbre ci stava tutta.
Così il 17 mattina, alle 4:25 è nato Alessandro, con i suoi 3.850 kg di morbidezza. Lo stesso peso del pupone alla nascita (che meraviglia partorire i miei figli).
L’indomani Edo stava già meglio. E con questo fagotto caldo e profumato mi apprestavo il mattino seguente ad attenderlo.
Il papi ed io ci eravamo sentiti telefonicamente. Mi aveva chiamata prima di partire da casa.
Nel frattempo ho allattato Ale. Poi, quando sono arrivati in ospedale, mi ha telefonata di nuovo.
In questo modo ho avuto modo di portare pupetto alla nursery, ho infilato sotto alla sua culla un regalo per Edoardo, e ho chiesto alle ostetriche se potevo lasciare per pochi minuti il cucciolo così da far credere al pupone che il fratellino non dormiva in camera con me. Poi sono andata ad aprire la porta della degenza e ho sentito la sua voce. Quasi tremavo dall’emozione. Allora non vedendolo l’ho chiamato, e lui insieme al papi sono spuntati da dietro una colonna. Il pupone aveva in mano un regalino per il fratello, e il papi un mazzo di Gigli per me. Erano troppo carini.
Per prima cosa ho stretto forte Edo. Ero felicissima di rivederlo, e dopo un bacio al papi li ho fatti entrare nel corridoio del reparto. Poi ho guardato Edo e gli ho detto:”Andiamo a prendere il fratellino?” E lui, che si sentiva un pò spaesato mi ha risposto di sì, ma non sapeva ancora cosa aspettarsi. E così siamo ritornati alla nursery, dove le ostetriche sono state così gentili da reggermi il gioco, e il pupone si è ritrovato di fronte alla culla con il fratello. A me batteva forte il cuore. Avevo le lacrime agli occhi per la gioia. I miei due bambini per la prima volta l’uno di fronte all’altra. Quanto avevo immaginato questo momento, ed eccoli lì davanti ai miei occhi.
Volete sapere il pupone cosa ha fatto? E’ corso a prendere il regalo sotto la culla.
Il fratello l’ha calcolato zero. La carta del regalo era di Topolino (non a caso) e lui è impazzito.
Prima di farglielo aprire, però, abbiamo portato la culla in camera. E solo allora ha iniziato a notare il fratello, ma ancora non era particolarmente rapito.

Poi siamo arrivati nella stanza, e sul comodino gli ho fatto trovare una foto di noi due al mare, tanto per fargli capire che era sempre nei miei pensieri. Abbiamo sistemato la culla accanto al mio letto, con Ale che per fortuna dormiva profondamente, e poi abbiamo aperto i regali, quello per il fratello e il suo.
Quella mattina sono rimasti per poco, e l’attenzione di Edo era tutta per i suoi nuovi lego di Topolino.
Poi, prima di accompagnarli alla porta, abbiamo riportato nuovamente la culla alla nursery. Ho fatto finta di salutare Ale, e poi ho salutato Edo e il papi.
Nel pomeriggio sono tornati nuovamente. Abbiamo ripetuto lo schema della mattina. Solo che questa volta non c’erano regali sotto la culla, ma sorprendentemente il pupone è corso a vedere il fratello, e ha iniziato a chiamarlo indicandolo: “Ale! Ale!”

Siamo tornati in camera, e così ha iniziato con calma a osservare pupetto. Avevano lo stesso ciuccio. Chissà come mai? E questo particolare non gli è sfuggito.
Non gli ho mai proibito di toccare il fratello o le sue cose, quindi ho lasciato che esplorasse la culla del nuovo arrivato. Ha preso il suo ciuccio, l’ha scambiato con il suo, poi lo ha riposato.
Insomma, ha cercato di capire un pò cosa succedeva.
Ale dormiva anche il pomeriggio. E questo ci ha permesso di godere quel momento di intimità solo noi quattro.

 

(Questa foto è un pò sfocata, ma è tanto dolce. Non potevo non metterla.)

(Foto del pupetto evidentemente provato dal parto. Poverino.)

Prima che ritornasse a casa abbiamo fatto un giro solo Edo ed io nel reparto, mentre il papi si dedicava al nuovo arrivato.

C’è stato un attimo che mi ha fatto temere il peggio, quando il pupone ha cercato di portarmi con nonchalance fuori dall’ospedale. Mi ha detto: “Torniamo a casa!”. Indicandomi la porta di uscita.
In quel momento avrei voluto piangere, ma mi sono trattenuta. E’ stata tanta la tenerezza con cui l’ha detto, che mi sono sentita terribilmente in colpa nei suoi confronti.
Gli ho spiegato con calma che il giorno dopo sarei tornata a casa, e che lui per quella sera sarebbe dovuto andare via con il papà. Dopo averci riprovato un paio di volte si è arreso, ma senza fare troppe storie. E dopo la scenetta del mattino l’ho riaccompagnato alla porta, solo che prima di andare via gli ho dato un altro regalino, dei librini da ritagliare, in modo che avesse qualcosa con cui distrarsi al rientro.
Il giorno dopo Ale ed io siamo stati dimessi. Sono arrivata in tempo per fare una sorpresa al pupone a scuola. Tutta sciancata per i punti ho fatto le scale per andarlo a prendere e l’ho riportato a casa in braccio (non vi dico che momento fantastico), ma ero felicissima di poterlo fare, perché se al primo giro quasi temi il momento in cui tornerai a casa, al secondo restare in ospedale, mentre un altro figlio ti aspetta, diventa quasi insopportabile.

E così è iniziata la nostra vita a quattro. Non sono stati sette mesi facili. Solo ultimamente le cose vanno meglio.
Il pupone non ha mai manifestato, però, una particolare gelosia nei confronti del fratello, e credo che la differenza d’età, il suo carattere, il modo di gestire la situazione in ospedale e anche dopo, abbia giocato un ruolo chiave per l’accettazione del nuovo pupo di casa.
Di sicuro il cambiamento è stato importante, e lo ha destabilizzato, così come ha influito su tutto il nostro nucleo, ma con calma ci stiamo ricompattando.
Abbiamo imparato, ultimamente, che quando una giornata inizia a prendere una brutta piega, mettiamo la musica (non proprio a tutto volume, ma quasi) e iniziamo a ballare tutti, il papi, il pupone ed io con in braccio Ale.
Così dimentichiamo che siamo soli, che non è sempre facile, che ci sono giorni in cui vorremmo mollare tutto e fuggire su un’isola deserta, ma non lo facciamo perché senza la nostra famiglia non sarebbe lo stesso. Senza i nostri pupi la vita non avrebbe più lo stesso nome.
E ogni giorno ci mettiamo pazienza e cuore, o almeno ci impegnano a farlo, come quando abbiamo organizzato l’incontro di quelle due dolci anime nuove.

(Il nostro primo giorno a casa.)

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